venerdì 19 febbraio 2010

Washington - Pechino, primo tempo


Una ipotetica ed immaginaria fune sottile, appena percettibile, tesa da un edificio all’altro. Il primo edificio sono gli USA e il secondo la Cina, un funambolo si erge pensieroso ma deciso, intento a percorrerlo lentamente, con rischio di cadere e senza alcuna rete di sicurezza al di sotto. Il funambolo risponde al nome di Barack Obama, ed il suo è un tentativo unico, una sola volta questa fune deve essere percorsa, senza margine di errore, senza alcun appiglio in caso di caduta…
Le relazioni tra le due nazioni più influenti del globo, ossia il più grande consumatore e il primo produttore, dopo mesi di calma e senza relativi screzi, possano aver subito in questi ultimi mesi una rottura non facilmente sanabile. Le divergenza tra Google e il regime cinese e i rifornimenti di armi degli USA a Taiwan sono stati solo l’antipasto dell’avvenimento che potrebbe aver tramutato un solido ponte tra i due paesi in una sottile fune.
Il 18 febbraio, Barack Obama, incurante delle pressioni di Web Jiabao, ha accolto alla Casa Bianca il Dalai Lama, secondo i cinesi un rivoluzionario indipendentista tibetano, in esilio da oltre quarant’anni e mai responsabile di alcun atto di ribellione contro il dispotismo imperante di Pechino.
La visita non ha avuto lo spessore politico di una visita ufficiale, già si è visto dal luogo dell’incontro, la Sala delle Mappe, mentre la Sala Ovale, tendenzialmente riservata ai capi di Stato, è stata astutamente lasciata vuota, forse per non dare adito a delle speculazioni ingiuste ed irriverenti che sarebbero potute provenire dall’altro lato del Pacifico. Una visita di carattere religioso, nella quale Obama ha espresso tutto la sua solidarietà per la peculiare situazione umanitaria in Tibet ed ha elogiato il comportamento del Dalai Lama in ambito internazionale.
Obama ha deciso di lanciare una frecciatina a Pechino, pur se non diretta, ha puntato sulla questione religiosa e non politica, tuttavia ha voluto dare un segnale di apertura al problema, senza cercare di intaccare i rapporti finora idilliaci con il governo cinese; solo due mesi fa Obama e Wen Jiabao erano usciti sottobraccio dal vertice di Copenhagen, dimostrando al mondo chi comandava...
Il suo gesto è da apprezzare, ha capito che qualcosa andava mosso nello scacchiere del mondo, che le pedine non devono restare ferme e permettere che il dispotismo continui ad avere la strada spianata. Egli è forse l’unico che può cercare di sensibilizzare la Cina stessa riguardo al problema Tibet, tuttavia ciò che deve più preoccupare è la stabilità del rapporto, ora quantomeno incrinata.
Questo perché Pechino non rinuncerà mai al Tibet, dal quale ricava l’80% dell’acqua potabile della nazione, dal quale trae continuo giovamento per il turismo, e con il quale ormai ha consolidato il pugno di ferro in campo politico, assurgendo finalmente al tanto agognato ruolo di nazione possente anche dal punto di vista militare.
Si prospetta, dunque, uno scenario apparentemente minaccioso, nel caso in cui la Cina decidesse di non farla passare franca all’ardito Obama. L’economia americana dipende quasi esclusivamente da quella cinese, il processo di evoluzione della grande nazione sognata da Mao, seppur perseguendo un ideale capitalistico, è ormai concluso e si avvia a trasformare il paese del Dragone in un vero e proprio impero capace di allungare le sue grinfie sul mondo intero…
Solo sessanta anni fa, lo stesso Mao, in un discorso all’intera nazione affermò che tra i due schieramenti allora imperanti la Cina avrebbe dovuto propendere per uno dei due, senza poterne restare fuori. Inizialmente propese per la via di Mosca, improntando una politica basata su un tipo di comunismo esasperato, che si allontanò rapidamente da quello sovietico, per poi sfociare nella Rivoluzione Culturale, autentica piaga che finì solo alla morte del traghettatore. Come per incanto, mentre nel mondo Occidentale i paesi riprendevano vigore grazie al boom economico, la Cina si rese conto di dover cambiare rotta, rompendo le barriere che la separavano dal capitalismo e dagli USA, nazione paladina di questa dottrina.
Il resto è storia, lo sanno tutti, eppure l’ombra di una nuova guerra fredda pian piano si fa strada. Una guerra fredda diversa, non più la contrapposizione tra capitalismo e socialismo, non più imperniata sulla deterrenza nucleare, non più sparsa in tutto il mondo tramite conflitti sanguinosi e fini a sé stessi.
Una possibile guerra fredda tra i due poli della politica e dell’economia mondiale, dai quali dipende molto del futuro del pianeta, che non hanno ratificato alcun accordo per fermare il riscaldamento globale, ma che continuano a produrre e a bruciare, inflazionando il mercato e tirando l’acqua solo al proprio mulino.
Queste sono solo mere congetture che nascono da un dubbio che nasce dall’imprevedibilità di Pechino, che ancora deve concretamente esprimersi sull’incontro tra il suo primo cliente e il suo primo nemico, eppure si sente puzza di bruciato…
La fune è molto sottile, il funambolo deve soppesare i rischi e le probabilità, sa che non può e non deve cadere, non può sprofondare nell’oceano e non ha altre strade a disposizione, anche perché, guardandosi intorno, si è reso conto che la strada più lunga non è poi così sicura, di mezzo si troverebbe di fronte alla debolezza congenita dell’Europa, ancora non unita ed operativa, e, dulcis in fundo, continuando verso Est dovrebbe passare per Israele ed Iran…

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